:: ROAD TO THE WEST ::
Song: Road to the West
Ormai da parecchi giorni Spike e Jet inseguivano una nuova preda, Rudyard Crichton, sulla cui testa pendeva una taglia di circa tre milioni di crediti, e, come ogni buon cacciatore, avevano fiutato le sue tracce, dalle quali erano stati condotti nella regione di Tharsis, che stavano ora sorvolando. Dalle vetrate dell’astronave di Jet si poteva vedere il porto della città e la fiancata, altissima, del monte Olympus: proprio lì, in riva al porto, c’era una piccola casetta, dove, dalla finestra di una stanzina, un bambino, che portava un triste fardello sulle spalle, era solito guardare il cielo. Spike ebbe un tuffo al cuore e, per un attimo, gli parve di trovarsi, bambino, all’interno di quella casa lontana, avvolto da un dolce calore materno. Gli sembrò di rivedere le stelle nel cielo, di scorgere un punto più luminoso tra tutti, lassù, tra lo spazio infinito, che avrebbe illuminato il suo cammino.
Atterrarono. E mentre Spike rimaneva perso nei suoi pensieri, Jet attraccava l’astronave nel porto, al molo 207, vicino una zona commerciale; scesero e s’incamminarono verso i quartieri sotterranei della città, dove avrebbero dovuto scovare il ricercato che stavano cercando. Ripassarono il piano che avevano deciso di mettere in atto. Jet stava dando le ultime raccomandazioni a Spike, che lo ascoltava svogliatamente, quando, ad un tratto, scorsero Rudyard Crichton in lontananza. Allora scattarono entrambi in una corsa sfrenata, cimentandosi in un inseguimento che sapevano sarebbe durato a lungo. Aveva preso a fuggire, alla loro vista, anche il ricercato, che cercava di sparire tra la folla, di nascondersi nei vicoli, ma Spike non mollava, correva… voleva togliersi dai piedi al più presto quella seccatura, così poi sarebbe andato a visitare la sua vecchia casa, a rivedere la sua casa e, probabilmente, anche sua madre. Dopo qualche minuto di dura fatica, vide Jet rallentare e fermarsi, ormai esausto, e, voltata la strada a sinistra, in un vicolo stretto e scuro, sentì un tremendo dolore ad un braccio. Il maledetto gli aveva sparato e questo lo rese furibondo. Così, in un attimo, infilò una mano nella giacca ed estrasse la Walter P99 che Jet gli aveva regalato. Mirò, a fatica, ai piedi del ricercato e premette il grilletto. Bang. Un secondo dopo Rudyard Crichton cadeva a terra urlante e Spike poté finalmente catturarlo e portarlo alla Polizia.
Incassata la taglia ed eseguita una fasciatura al braccio, Spike s’incamminò per un viale alberato, che più avanti si fece sempre più stretto, sino a diventare un sentiero a lui familiare. Tra gli alberi, non molto lontano, il monte Olympus si ergeva solenne, sanguigno, e restava ad osservare, indiffente, la vita degli uomini, per esso piccoli come formiche, che vivevano ai suoi piedi, venerandolo e temendolo. Si guardò attorno smarrito, non riconoscendo più i luoghi in cui per tanto tempo, da bambino, aveva giocato. Tutto era cambiato e si era adattato ai bisogni dell’uomo distruttore. Quando il sentiero finì, rimase per un po’ a fissare il punto in cui per l’ultima volta aveva dato uno sguardo alla città, poi proseguì per qualche passo e si fermò quando vide che davanti a lui si ergeva un’antenna satellitare, enorme, che ricopriva tutto il terreno sul quale nove anni prima aveva lasciato sua madre e la sua casa. Della sua stanza e della sua finestra non rimaneva niente, nemmeno un minuscolo frammento di vetro, nulla. Rimase impietrito, immobile, per qualche minuto, con lo sguardo fisso nel vuoto, con una rabbia profonda che gli saliva dal cuore.
“Spike…” si sentì chiamare alle spalle da una voce arrugginita.
“Spike… sei proprio tu? Quanto tempo è passato…”
“La mia casa… la mia stanza…” mormorò lui, ancora riverso a guardare verso l’antenna satellitare.
“Eh…” il vecchio tirò un sospiro, come se quello dovesse essere l’ultimo.
“Dopo che te ne sei andato hanno venduto tutto…”
“Mia… mia madre…” riprese Spike.
“Ah… Marion… brava donna, per carità… poveretta… quanto ha sofferto… ma vieni, ragazzo, vieni a bere un po’ con me…”
Spike si sentì trascinato via da una grossa mano, che lo portò in un bar, lì vicino. Nel vecchio che aveva incontrato riconobbe Doc, il suo vicino di casa, amico della madre, che, spesso, lo veniva a trovare, portandogli tanti regali, facendolo sentire un bambino quasi felice.
“Dopo che sei andato via, tua madre ha venduto la casa ed il terreno a quelli dell’Ente Telecomunicativo Spaziale… ha venduto tutto ed è andata a vivere in una stanzetta sopra l’Harry’s Bar… quanto le mancavi, ragazzo mio, quanto le mancavi…” si fermò per sorseggiare un po’ del suo whisky e riprese “Non passava giorno che non pensasse a te, si chiedeva sempre in cosa avesse sbagliato, cos’avesse fatto di male per meritarsi che tu te ne andassi così, senza farle sapere più niente… teneva sempre una tua fotografia nel cassetto del comodino…” prese un altro sorso.
“Dopo tre anni, tre lunghissimi anni, cominciò a credere che tu fossi morto… e anch’io lo credevo… così si lasciò andare, finché un giorno Dio… ma che dico Dio! Quel cane, con tutti i guai che ci ha fatto passare… a tutti… Di un po’… con te è stato clemente?”
Spike guardò il suo bicchiere vuoto, sorridendo ironicamente.
“Nemmeno un po’…” disse, osservando con disgusto il suo volto riflesso nel bicchiere, “Nemmeno un po’…” si ripeté nella mente.
“Doc, mi ci porteresti?” chiese, continuando a fissare il suo riflesso.
“Dov’è sepolta mia madre… mi ci porteresti?”
Doc lo guardò sorridendo, pagò il conto e lo accompagnò al cimitero. Gli indicò un grosso Amistader, verso cui Spike si diresse lentamente. Notò che l’albero aveva appena messo i suoi tondeggianti frutti blu, così belli e invitanti a vedersi, da far venire l’acquolina, ma letali al solo pensiero di mangiarli.
Rimase immobile ai piedi di quell’enorme pianta, davanti ad una lapide, quella di Marion Josephine Strichte, “nata il 12/04/2011 e deceduta il 06/10/2063”, come diceva l’iscrizione. Restò per molti minuti a contemplare la tomba di sua madre, poi, d’un tratto, scrollò le spalle.
“Perdonami…” mormorò. Si voltò e vide che Doc era ancora lì, che lo stava aspettando, a pochi passi.
“Ti ricordi il giardino di fronte la tua casa? Com’era bello… te lo ricordi, Spike?” chiese il vecchio. Spike annuì.
“I fiori che tua madre aveva coltivato con tanto amore… li hanno estirpati tutti, quei maledetti… Marion… adesso che lui è tornato tu…”
Doc s’interruppe per versare qualche lacrima, diresse lo sguardo verso l’orizzonte e proseguì. “Spike, io le sono stato vicino fino alla fine, ma avrebbe voluto che ci fossi stato tu al mio posto… prima del suo ultimo respiro, sai che mi ha detto? Mi ha detto << Doc, sono felice, perché, dentro di me, quello che sto perdendo lo serberò in eterno… Spike, ci rincontreremo… sono sicura che rincontreremo… un giorno… >> e dopo ha rivolto lo sguardo verso la finestra…”
Allora Spike lo ringraziò, gli strinse la mano per salutarlo e gli voltò le spalle.
“Spike… tua madre… l’ultima cosa che ha pronunciato… è stato il tuo nome… Ricordatelo sempre!” gli gridò il vecchio. A quella frase egli sorrise e s’incamminò per tornare a… casa, se così si poteva chiamare l’astronave di Jet; poi, fece un lungo sospiro e si guardò intorno… non sarebbe più tornato a Tharsis, non c’era più niente per cui ne valesse la pena.