:: DON'T BOTHER NONE ::
Song: Don't Bother None
Ansimava. Qualcosa dentro di lui si era svegliato e contratto alla vista dell’inquietante astronave nera, su cui si distingueva perfettamente il disegno del Dragone Rosso. Cercando di nascondersi, Spike si ritrovò, senza sapere come, in un vicolo buio e maleodorante, con la sensazione di essere braccato e la paura di essere scoperto.
L’astronave atterrò in un ampio spiazzo accanto al palazzo dietro il quale Spike si nascondeva e, poco dopo, da quella uscì un uomo vestito di grigio, con dei capelli neri che gli celavano il volto pieno di mistero. Spike ebbe un sussulto. Sentì il sangue scorrere velocemente dentro di lui e il pulsare del suo cuore aumentare. L’uomo annusò l’aria, come se fiutasse un odore particolare, e fece per rivolgere lo sguardo verso di lui, ma la sua attenzione venne distolta da qualcuno che gli si era avvicinato. Spike capì, allora, che quello era il momento buono per fuggire, allontanarsi il più possibile da quel luogo e, soprattutto, da quell’uomo dallo sguardo freddo che, forse, si era già accorto della sua presenza. Così si allontanò furtivamente e dopo qualche metro si mise a correre. Corse via, più velocemente che poteva, finché le gambe lo ressero, finché il fiato non venne a mancargli. Corse via, e correndo arrivò lontano, in un quartiere di Mariner in cui non era mai stato, in un viottolo illuminato solo dall’insegna di un piccolo bar, su cui si distingueva una scritta azzurrina, The Blue Crow, che lampeggiava. Dopo aver ripreso fiato, entrò nel locale e si sedette al bancone, guardandosi intorno. Un uomo gentile e socievole lo salutò sorridendogli e gli venne incontro per servirgli da bere. Spike si accese una sigaretta, ne aspirò profondamente il fumo, che rilassò la tensione accumulata con la corsa, e si mise ad osservare le persone che gli stavano intorno.
D’improvviso, udì la porta del locale spalancarsi ed una fredda folata di vento lo percosse, facendolo rabbrividire. Un clamore di voci allegre ed esultanti si alzò, subito, non appena fu visto entrare un uomo che tutti sembravano conoscere.
“Che mi prenda un colpo! Jet, che fine avevi fatto? E’ da parecchio che non ti si vede!” gridò amichevolmente il barista, mentre l’uomo si stava sedendo sullo sgabello vicino a Spike.
“Sono dovuto andare a Tiwana…” spiegò l’altro.
“A Tiwana? E che ci sei andato a fare in quel posto dimenticato da Dio?”
“Secondo te che ci sono andato a fare?! A lavorare, no?!”
“Ah, sì… e hai fatto buona caccia?”
“Altroché! Quel ricercato mi ha fatto davvero sudare, ma quando l’ho consegnato alla polizia sono stato ben ricompensato! Tant’è che ho potuto riempire per bene la dispensa, finalmente! Ah! Ah!”
“Allora rimarrai con noi per un po’?”
“Certo! E stasera, per festeggiare, offro a tutti un bicchiere del miglior whisky che hai, Charlie!”
A quella frase, tutti i clienti del locale si alzarono ed emisero un urlo di gioia e d’allegria, che ridestò Spike dal torpore in cui stava piombando.
“E tu, ragazzo! Perché fai quella faccia mogia? Su, con la vita! Ti sto offrendo da bere!” gridò quell’uomo gioviale a Spike, che se ne stava silenziosamente rincantucciato sul suo sgabello ad osservare la scena, e dandogli una tale pacca sulla schiena, che quasi gli fece sbattere il naso sul bancone.
“G… grazie…” sussurrò debolmente il ragazzo, sorpreso dalla confidenza che l’uomo accanto a lui usava con tutti, compresi quelli che non conosceva.
“E’ la prima volta che vieni qui?” gli domandò, con aria amichevole, facendo sfoggio della sua sana e scintillante dentatura in un abbagliante sorriso.
“Sì…”
“Non sei di Mariner, non è vero?”
“No…”
“E da dove vieni allora?”
“Da Tharsis…”
“Ah… Tharsis… ci sono stato una volta… le ragazze da quelle parti non sono niente male, eh?”
“Non saprei…”
"Come sarebbe? Di un po', non è che sei dell'altra sponda?"
"Pfui!"
“Ehi, dì’ un po’, te l’hanno mai detto che sei un tipo davvero loquace?”
“Scommetto che a te, invece, non hanno mai avuto il tempo di dirlo, eh?”
“Ah! Ah! Ma lo sai che sei simpatico?”
“Ah, sì?”
“Di’, ce l’hai la ragazza?”
“Non credo siano affari che ti riguardano…”
“Oh, fai il misterioso… non sarai anche tu un cacciatore di taglie?”
“Ho la faccia di un cacciatore di taglie?”
“Mh… a dire la verità hai la faccia di uno sommerso dai guai…”
“Già, non hai tutti i torti...” rispose Spike, sorridendo malinconicamente.
"Scommetto che soffri anche di solitudine... coraggio! Manda giù quel bicchiere! Fammi vedere di che pasta sei fatto!" e, incoraggiandolo, l'uomo diede a Spike un'altra clamorosa e potente pacca sulle spalle.
Rimasero in silenzio per qualche minuto, ma, improvvisamente, udirono provenire dalle loro spalle i colpi bruti e le grida violentissime di qualcuno che litigava. In un attimo, senza nemmeno capire come, Spike si ritrovò a terra, con il labbro inferiore spaccato. L’uomo chiamato Jet gli porse una mano per aiutarlo a rialzarsi, ma, senza troppe cerimonie, il ragazzo lo scansò e si rimise in piedi da solo. Si ripulì velocemente il vestito dalla polvere, dandovi qualche pacca con le mani, e si toccò la piccola ferita sanguinante, come per valutare il danno ricevuto. Non appena vide i due uomini, ubriachi, che si azzuffavano avidamente e che, nel lottare, lo avevano involontariamente coinvolto nella loro rissa, il suo sguardo diventò sanguigno e prese a fregarsi le mani dalla rabbia causata dal suo orgoglio ferito. “Se c’è una cosa che non sopporto è essere coinvolto in liti che non mi riguardano…” sussurrò, e con passo audace e deciso si mosse in direzione dei due litiganti. Con uno scatto felino ruotò su se stesso e mollò un calcio ben assestato ad entrambi, mentre gli altri, gli spettatori, lo guardavano silenziosi ed increduli. Una volta atterrati, se li caricò sulle spalle, uno alla volta, e li depose fuori dal locale, nel viottolo freddo e deserto. Rientrò, poi, torcendosi le mani e toccandosi il labbro, ricevendo applausi e ringraziamenti da coloro che avevano assistito a quell’emozionante spettacolo.
“Wow… ma quello era Kung Fu?” gli chiese Jet, entusiasta.
“Jeet Kun Do… è una variante…” gli rispose Spike laconicamente.
“Dove hai imparato?”
“Non mi ricordo…”
“Come sarebbe a dire che non ti ricordi? E’ impossibile!”
“Non posso dirtelo…”
“Accidenti, ora capisco perché in tutto il Sistema Solare sono così pochi quello che lo praticano… è un’arte limitata a pochi eletti, è così?”
“Più o meno…”
“M’insegneresti?”
“Cosa?”
“Dico… m’insegneresti a combattere…”
“Non posso…”
“Dai, sono disposto a pagare… sai quanti ricercati potrei mettere fuori uso senza nemmeno tirar fuori la pistola?”
“Ho detto che non posso, mi dispiace…”
“Ah, che tipo cocciuto! Aspetta… e se diventassi mio socio? Che te ne pare? Il cinquanta per cento di ogni taglia, vitto e alloggio… ci stai?”
Spike pensò all’offerta ricevuta. Finalmente, dopo tanto girovagare, gli si presentava l’opportunità di ricominciare una nuova vita, un nuovo lavoro, di avere una casa, qualcuno con cui stare.
“Ok, proviamoci…” rispose.
“Bene, socio… iniziamo dalle presentazioni?”
“Prima tu…”
“Sì, scusa… mi chiamo Jet, Jet Black…”
“Spike Spiegal…”