:: DARKNESS ::

Song: Cosmos

Un odore di vaniglia si era diffuso nello spazio vuoto che lo circondava, placando i suoi dolori e le sue sofferenze. Il suo respiro affannoso aveva, finalmente, ripreso un ritmo regolare e, nonostante sentisse il suo corpo fortemente indolenzito, gli sembrava di stare un po' meglio. Lentamente, cercando di riabituarli alla luce, Spike aprì gli occhi. Intorno a lui, macchie colorate e sfocate riassunsero col passare dei minuti le loro naturali sembianze di oggetti quotidiani, facendolo tornare alla realtà.
Chinando la testa su un lato, vide Julia, che, sedutagli accanto, fissava silenziosa un punto lontano al di là della stanza. D'un tratto si sentì stringere il petto dalle fasciature. Un dolore lancinante gli logorava il cuore, un bruciore lo consumava, come se qualcosa ardesse dentro di lui, una fiamma che difficilmente sarebbe riuscito a spegnere.
Cercò di alzarsi e di mettersi a sedere, ma un'atroce debolezza gli impedì di muoversi e Julia, accanto a lui, continuava a restare immobile, con quell'aria triste sul volto. Spike avrebbe voluto dirle che si era svegliato, che era lì, che era vivo... ma non ci riuscì.
Appoggiando di nuovo la testa sul cuscino morbido, ripensò al buio improvviso in cui era precipitato quando Morag gli aveva sparato. L'oscurità si era impadronità dei suoi occhi e per la prima volta aveva avuto paura, paura di morire, di non rivedere Julia.
Notò che non pensava più alla sua casa, ma soprattutto non pensava più a sua madre, un ricordo ormai svanito nell'abisso del nulla.
"Il passato... è... passato...", sussurrò a fatica, guardando Julia. Lei si voltò, si alzò dalla sedia e si chinò su di lui sorridendogli di un sorriso triste.
"Buongiorno..." le disse sorridendo scherzosamente, nonostante il dolore.
"Buongiorno..."
"Dove siamo?"
"Da un amico..."
Sì, ora doveva pensare al futuro, se mai era destinato ad averne uno.
Ripensò alle parole di una canzone che aveva sentito molto tempo prima... chissà, se fosse morto, forse avrebbe conosciuto la verità: si sarebbe svegliato in un soffice letto, intorpidito dal lungo sonno, pronto per affrontare la vera vita, quella reale, si sarebbe affacciato alla finestra e avrebbe guardato il cielo, ripensando a ciò che aveva sognato.
Invece era vivo, prigioniero di un sogno dal quale non riusciva a destarsi, prigioniero di un soffitto sconosciuto, di una camera grigia, di un corpo martoriato dal dolore e dalla solitudine. No, non erano le ferite che gli facevano male, decisamente. Era il senso di vuoto, che lo spingeva a comportarsi ogni giorno come se la sua vita fosse un gioco d'azzardo, come se gli restasse una sola carta da giocare.