:: MEMORY #01 ::


Song: Memory

Silenzio...
Solo il ticchettio dell’orologio si distingueva chiaramente. Scandiva il tempo, attimo per attimo, secondo dopo secondo, mentre la nosra vita… no... la mia vita si consumava inesorabilmente nel peccato, nel rimorso, nella solitudine. Già, solo la mia, perché quella di Vicious sembrava essere immune da queste cose, immune da ogni passione, da ogni sentimento, da ogni piccolo gesto di umanità. Il mostro. Se ne stava lì, su quel seggiolino sgangherato, a lucidare quella sua dannata pistola. E pensare che era stato mio amico, quel mostro. Ossessionato dal potere e dal sangue. Detestavo la sua aria disinvolta e la detesto ancora adesso. La detesterò sempre, finché avrò vita. Ed era stato mio amico, mio fratello, mio maestro. Come ho potuto… come ho potuto permettergli di rubare la mia vita, così? Come ho potuto lasciare che quel mostro me la portasse via?

“Spike, sai qual è l’unica cosa che conta nella vita?”
“La forza…”
“No.”
“La furbizia…”
“Sbagliato.”
“Allora… il denaro…”
“Il potere.”
“Il potere?”
“Il potere.”
“Il potere… non l’avrei mai detto…”
“Il potere riassume in sé ogni altra qualità, ogni altra necessità. E’ dal potere che ogni cosa ha origine, che ogni conseguenza deriva. Chi ha potere possiede tutto il resto, la forza, la furbizia, il denaro…”
“Non ci avevo mai pensato, prima d’ora…”
“Ti ho mai detto che cosa rapresenta il Drago Rosso, il simbolo dell’Organizzazione?”
“No…cosa?”
“Il Drago è un animale leggendario, nell’antichità, dai terrestri, era considerato un dio e un dio è onnipotente, onnipresente, onnisciente. Proprio ciò che l’Organizzazione si propone di essere… e il rosso, sai perché il rosso, Spike? Perché è il colore del sangue, il sangue versato perché la volontà del dio possa essere compiuta. Capisci quello che dico, Spike?”
“Sì… credo di sì…”
“Il potere è la cosa più importante. Il potere è il fondamento dell’Organizzazione… ”
“Sì, ma Mao dice ch…”
“Quell’idiota! Non me lo nominare… sta buttando all’aria tutto il lavoro del Predecessore, quell’incapace!”
“Tu sapresti fare di meglio, forse?”
“Tsk! Di meglio… a causa sua l'Organizzazione è diventata un letamaio di gente priva di valori… tutti lo considerano un pidocchioso nanetto privo di midollo, in pochi gli ubbidiscono cecamente, perché non sa farsi rispettare…”
"Non è come credi... Mao... è diverso..."
"Tsk! Il potere, lui, non lo possiede... e chi non ha potere non può essere a capo del Red Dragon!"
“Però potere… significa anche solitudine…”
“Non mi è mai importato niente degli altri.”
“Neanche di me?”
“Neanche di te.”
“Eppure mi hai chiamato amico… qualche volta…”
“Amico… pfui! E’ solo una parola, una parola vuota. Non ha alcun significato. Sai come si dice? L’amicizia finisce dove cominciano gli interessi. Quindi, a che serve? Visto che la nostra vita è dominata solo ed esclusivamente dagli interessi? Dimmi, a che serve instaurare un rapporto così inutile come l’amicizia se tanto si è sicuri che prima o poi finirà?”
“Mah… in fondo hai ragione anche tu…”

“Spike.”
“Che c’è?”
“Da quanto tempo fai parte dell’Organizzazione?”
“Sette anni, quasi…”
“Ti sei stancato, vero?”
“Di cosa?”
“Non so, dimmelo tu.”
“Di ammazzare, sparare, spacciare, rubare, rischiare la vita ogni giorno? Sì, mi sono stancato… ma devo continuare a farlo… d’altra parte è l’unica cosa che so fare…”
“Vuoi tradire l’Organizzazione?”
“…”
“Vuoi tradirmi, Spike?”
“Mi permetteresti di farlo, forse?”
“No.”
“Allora è inutile stare qui a parlarne. Piuttosto… che dobbiamo farne della ragazza?”
“Deve sparire.”
“…”
“Vuoi pensarci tu forse?”
“…”
“Sta’ molto attento, Spike. Di questo passo, il tuo cuore tenero diventerà un ricco pasto per i vermi…”

Vorrei poter dimenticare. Chissà, forse, svegliandomi…


Aprì gli occhi e si mise a fissare il soffitto sconosciuto che lo sovrastava. Era mattino inoltrato e una pallida luce penetrava nella stanza attraverso le imposte chiuse della finestra. Fuori, l’alacre pioggia continuava a cadere senza tregua, picchiettando insistentemente sui vetri. Sentiva la testa che gli pesava gravemente, gli mancava la forza di muoversi, alzarsi, vestirsi e quel ricordo continuava a tormentarlo, anche ora che si era svegliato. Gli parve di rivedere Vicious entrare in quella stanza, richiudersi dietro la porta. Di risentire le grida di quella ragazza, subito soffocate da un colpo di pistola. Vicious si era sporcato il cappotto e le mani. Il sangue era schizzato dappertutto, aveva detto. Già, aveva detto, perché lui non aveva avuto il fegato nemmeno di entrare a vedere. Vigliacco. Avrebbe almeno potuto entrare a controllare che Vicious l’avesse abbandonata in una posizione decorosa. Invece, non era entrato. Aveva lasciato l’appartamento, senza alzare un dito per salvare almeno la dignità di una ragazza morta. Spike cercò di concentrarsi sulle piccole macchie del soffitto, per scacciare dalla mente quel ricordo, per non pensare all’inetto che era stato.
D’un tratto sentì un movimento leggero accanto a lui e annusò l’aria, ricolma di un mesto e sottile profumo alla vaniglia. Si voltò, allora, alla sua sinistra: Julia era lì, al suo fianco, e gli teneva una mano sul cuore, come se avesse voluto scaldarglielo. Immaginò la morbidezza delle sue forme, nascoste sotto le coperte, sinuose, perfette. Un ricciolo le si era appoggiato sul seno e la sua pelle candida sembrava confondersi con il lenzuolo.
Per la prima volta in vita sua, Spike sentiva qualcosa fiorire dentro di lui, una piccola gioia, che avrebbe tenuta segretamente nascosta, che non avrebbe mai rivelato a nessuno. Ma, anche se avesse voluto, a chi avrebbe potuto rivelarla? Non aveva nessuno al mondo, nessuno cui poter descrivere il suo stato d’animo, nessuno che sarebbe rimasto ad ascoltarlo, nessuno.
Improvvisamente, Julia si mosse ed aprì gli occhi. Si era svegliata e lo stava guardando, sorridendo dolcemente. Spike rimase immobile, stupito, perché il sorriso che risplendeva sul suo volto era diverso da quello della sera prima, questa volta era sincero, limpido. “Buongiorno” gli disse e lo baciò lievemente su una guancia. Poi si alzò dal letto e uscì dalla stanza per qualche minuto, concedendo a Spike il tempo di rivestirsi, e quando rientrò aveva indosso un accapatoio azzurro e teneva i capelli bagnati.
Spike rimase immobile ad osservarla. Si era accorto di aver conosciuto una sensazione nuova, mai provata prima. Gli sembrò di stare ancora sognando un sogno strano, pieno del sapore della vita. Julia sapeva di irrealtà, di sogno, pareva risplendere di una luce soffusa. Non sapeva perché, ma, guardandola, gli tornavano in mente le stelle che, da bambino, era solito ammirare dalla finestra della sua camera, tutte le sere, prima di addormentarsi.
“De… devo andare…” balbettò, dirigendosi verso la porta, e, con la mano sulla maniglia, si voltò per rivolgere a Julia un ultimo sguardo.
“Spike… - com’era dolce quel nome sulle sue labbra – tornerai a trovarmi?” fece lei per cercare di trattenerlo ancora qualche secondo. Spike le si avvicinò e le diede un ultimo abbraccio prima di uscire, come se volesse intingersi i vestiti di quel profumo inebriante che Julia aveva addosso, per portarla con sé ancora un po’, ancora per qualche istante. Sì, sarebbe tornato, sicuramente, perché non avrebbe potuto starle lontano per sempre, oramai.
Così andò via, giù per le scale, e si ritrovò per la strada. Si sentiva di nuovo l’uomo vuoto del giorno prima e di tutti gli altri giorni. Sarebbe tornato, sì, per provare ancora quella sensazione nuova, per sentirsi di nuovo vivo. Avvilito, s’incamminò per una strada qualunque, ancora una volta sotto la pioggia scura che dal cielo precipitava imperterrita, sperando di imbattersi in un futuro migliore.

Kimi no ai no yurikagode
Mo ichido yasurakani nemuretara...

Spero di poter dormire ancora una volta
nella culla del tuo amore…


“The Real Folk Blues”, Y. Iwasato