:: MEMORY #02 ::
Song: Tank!
Domani. Domani qualcosa cambierà. Domani, mi dicevo. Invece, non è cambiato nulla. I giorni si fanno sempre più grigi, più scuri, fino a che un giorno non ti guardi indietro e non vedi altro che una scia di sangue, amara, che si estende infinita fino all'orizzonte.
E' questo il mondo. Questa è la vita, mi dicevano. La recita di una pagliaccio in un circo, un quaderno a quadretti riempito di scarabocchi inutili. Un sogno. Un sogno dal quale non riesci a svegliarti, che continua, imperterrito, a dominare la tua mente offuscata, dove tutto è annebbiato, fragile, sfocato.
Continua a sognare...
Uscito dalla stanza di Julia, Spike rimase per un attimo a pensare al suo passato, con la mente ancora dissolta in un ricordo fatiscente, che pian piano affogava nel mare del passato. S'incamminò verso le scale, con il cuore stretto in una morsa, oppresso da una catena più robusta e resistente di quella da cui si era liberato parecchio tempo prima, e rientrò nel salone del bar.
"Dammi qualcosa da bere... che sia forte...", fece rivolgendosi al viscido barista che lucidava dei bicchieri.
"Segui il mio consiglio, amico, lascia perdere... non ne vale la pena, per una donna..."
"Sta' zitto! e non chiamarmi amico!", a quella risposta l'uomo ebbe un brivido e trasalì: Spike aveva il fuoco negli occhi, un orgoglio felino che lo rendeva incandescente. Il barista fece un cenno a Cliff, senza farsi notare, ammiccandogli di chiamare Morag, in modo che mettesse a posto la feccenda.
Mentre Spike sedeva al bancone del Julius', bevendo e fumando, altri stavano tramando alle sue spalle e Julia piangeva nella sua stanza. Il ragazzo sapeva benissimo ciò che stava accadendo intorno a lui; aveva previsto che quei due avrebbero chiamato il loro capo, così decise di aspettare. Se fosse morto ora, non avrebbe avuto niente da perdere. Beveva e aspettava, con uno strano sorriso sulle labbra, appoggiando laconicamente la guancia al pugno chiuso della sua mano e pensando che, dopo tutto, la possibilità di prendersi una rivincita sulla propria vita non era poi così lontana.
Anche quando un uomo robusto e volgare, vestito di un completo chiaro, varcò la soglia del locale, circondato da una dozzina di guardie del corpo, Spike continuò a restarsene seduto con quell'aria disinibita che oramai si era impossessata di lui.
"Così, tu saresti Morag..." disse, spegnendo lentamente una sigaretta nel portacenere di plastica accanto al suo bicchiere.
"E tu sei lo sciocco di cui mi hanno parlato...", rispose quell'uomo dalla voce tonante e sgarbata.
"Ho la netta impressione che tu mi stia sottovalutando..."
"Ed io ho la netta impressione che tu voglia finire i tuoi giorni al più presto... tsk! Per una donna..."
"Non lo faccio solo per lei..."
"Ah no? E per cos'altro lo fai?"
"Perché voglio provare a me stesso se sono realmente vivo..."
"Tu sei pazzo..."
"Può darsi!" Spike socchiuse leggermente gli occhi e allargò le labbra in un lieve sorriso.
Morag lo guardò per un momento, cercando di studiarlo. I suoi occhi neri e malvagi si posarono sui suoi abiti consumati e sull'orecchino che indossava.
"Uccidetelo!" ordinò all'improvviso, voltando le spalle e incamminandosi verso le scale.
Spike si gettò con un balzo dietro al bancone, proprio qualche istante prima che gli uomini di Morag cominciassero a sparare. Le bottiglie e i bicchieri sullo scaffale, dietro di lui, si distrussero in un chiassoso turbinio di frammenti. Sfoderò in un attimo la sua pistola e cominciò a sparare anche lui, sfruttando il riflesso di ciò che rimaneva di uno specchio.
Intanto, nella sua stanza, Julia ascoltava gli spari e , preoccupata per Spike, aprì la porta per accorrere in suo aiuto. Si trovò però davanti la grossa stazza di Morag a fermarla.
"Dove credi di andare?"
"Spike... cosa gli hai fatto?"
"Oh, si chiamava Spike?"
Julia osservò il ghigno malefico e sicuro di sé del suo carceriere e il suo cuore si riempì di rabbia e di tristezza, non appena si rese conto che al piano inferiore gli spari erano finiti e che tutto, intorno a lei, taceva.
"Perché devi darmi tutti questi problemi, eh?! Vuoi che ti venda? Dimmi, vuoi che ti venda? Vuoi finire nelle mani di un altro padrone che potrebbe essere più crudele di me? Rispondi!"
Julia piangeva, scuotendo la testa e, pensando a Spike, si ripeteva 'Fa' che non sia morto... fa' che non sia morto...'
"Allora, smettila di dare corda ai clienti che si invaghiscono di te! Smettila!" e, gridando queste parole, alzò la mano per picchiarla.
"Non la... toccare...", una voce ansimante dietro di lui lo fece sobbalzare e voltarsi di scatto. Spike entrò a passo lento nella stanza, grondante di sangue, sforzandosi terribilmente per cercare di tenere la pistola puntata dritta innanzi a lui.
"Spike...", Julia accorse a sorreggerlo, felice per la propria preghiera che era stata esaudita, ma il ragazzo la tenne lontana da sé.
Morag lo fissò con odio, come se il suo orgoglio fosse stato ferito, tenendo d'occhio la Jericho puntata contro di lui e, non appena lo vide barcollare, ne approfittò per mollargli un calcio, prendergli la pistola e sparargli. Colpito ad una spalla, Spike si piegò sulle ginocchia. Fece a tempo a vedere Morag gettare via la pistola e andarsene, prima di accasciarsi al suolo. Vide la stanza, intorno, immersa in un silenzio ovattato, girare e Julia correre verso di lui. Poi, d'improvviso, il buio.