:: GOODNIGHT ::
Song: Adieu
La pioggia continuva a cadere, senza tregua, insudiciando le strade, le insegne, corrompendo la gente, con quel suo ritmo monotono e martellante. Spike rallentò il suo cammino, cominciando a sentire la stanchezza e, guardandosi intorno, decise di entrare in uno di quei locali notturni che popolavano le strade, per scaldarsi e riposarsi un po’. Vide un insegna luminosa con la scritta Julius’, e una luce rossastra attraversare la porta a vetro del locale, da cui si udivano provenire suoni e rumori di ogni tipo, urla e risate di gente che aveva bevuto un po’ troppo e che si divertiva.
Spinse timidamente la porta ed entrò. La musica, le grida e i rumori aumentarono d’intensità ed un miscuglio di odori bestiali penetrò le sue narici, procurandogli un leggero senso di nausea. Si sedette al bancone, incurante di togliersi l’impermeabile bagnato, e gridò “Un Cowboy!” rivolgendosi al barista. Un uomo alto, gracile, sulla quarantina, lo guardò con indifferenza e, dopo aver versato in un bicchiere da cocktail un malefico intruglio, cominciò a scuoterlo con frenesia, facendo, ogni tanto, delle orribili smorfie sotto i suoi sottili baffi neri.
Nel frattempo, Spike se ne stava seduto ad ascoltare, privo di interesse, un malinconico blues, che un giovane ragazzo dai lunghi capelli neri, vestito elegantemente, stava suonando al sassofono. C’era stato un tempo in cui anche lui aveva portato i capelli lunghi, un tempo lontanissimo, talmente lontano che non ne aveva altro che un vago ricordo. Poi, mentre il pensiero della sua adolescenza riaffiorava da chissà quali angoli remoti della sua mente, cominciò ad assaporare il cocktail che si era fatto preparare. Non era granché, il barista ci aveva messo troppo rum e il sapore del cherry non si sentiva affatto.
D’un tratto, quasi senza che Spike se ne accorgesse, la musica si spense, si udì qualche parola di ringraziamento, seguita da una voce stridula che presentò l’ennesima persona che si sarebbe esibita. Le luci del locale si abbassarono e gli sguardi della gente in sala si diressero tutti verso uno squallido palchetto, così anche lui, incuriosito, si voltò per vedere chi sarebbe apparso dal sipario. Solo dopo pochi istanti la sua curiosità fu placata: ne uscì una ragazza molto graziosa, che cominciò a cantare una tenera canzone d’amore, una canzone che narrava di due giovani che si amavano, ma costretti a separarsi, a dirsi “Addio”.
L’amore… Spike si rese conto che, in tutta la sua vita, non aveva mai amato nessuno, nemmeno sua madre, che pure si era presa cura di lui. Forse, non era nemmeno mai stato amato.
Rimanendo immobile, guardava la ragazza, straniato. I bei capelli biondi, sciolti, le cadevano con grazia sulle spalle scoperte e, ogni tanto, chiudeva gli occhi per qualche secondo, come se non volesse guardare quegli uomini rozzi e villani che allungavano le mani per toccarla, e, forse, fingeva di trovarsi altrove, di fronte ad un pubblico migliore. Un vestito nero, lungo fin sotto il ginocchio e un po’ scollato, lasciava immaginare le sue forme e le sue scarpette basse, aperte appena sul davanti, le davano uno strano tocco di trasandata eleganza.
La ragazza si muoveva con sinuosità e dolcezza, mentre, ora, delicatamente, scendeva dal palco per continuare la sua canzone tra i tavoli. Leggera, come un velo trasportato dalla brezza marina, sfiorava con le dita il viso o il braccio di uno spettatore e scivolava via, allontanandosi. Si avvicinò anche a Spike. Gli sfilò di fianco con un saltello che le fece svolazzare un po’ il vestito e gli lanciò uno sguardo. In un attimo gli fu vicina e allungò una mano per carezzargli la guancia con quel suo tocco gentile. Spike rimase a guardarla, stupito, mentre sentiva quelle dita vellutate sfiorargli la pelle del viso, ancora bagnata dalla pioggia. Ma, un momento dopo, lei si era allontanata, tornando a danzare tra i tavoli, salendo, di nuovo, sul palco e terminando così la sua canzone. La vide ringraziare il suo rozzo pubblico con un inchino, discendere dei freddi gradini di legno e dirigersi verso il bancone, dove lui sedeva. Salutò affettuosamente l’arcigno barista, come se lo conoscesse da sempre, e gli chiese qualcosa da bere.
Spike si mise a fissarla, come ipnotizzato. Guardava le pieghe del suo vestito che le si era arricciato e tirato un po’ su, lasciando scoperto il ginocchio, e i suoi capelli dorati, dolcemente riccioluti, che, venendole sul viso, lei scansava con la mano, infastidita. Fissava le sue spalle, la scollatura del vestito e una macchia violacea sul braccio, che, forse, il destino avverso le aveva procurato per mezzo del suo carceriere.
Improvvisamente, sentendosi osservata, la ragazza si voltò verso di lui e gli rivolse un leggero sorriso, che gli parve forzato, triste. Spike notò che aveva gli occhi blu, un bellissimo blu che gli ricordava il cielo di Tharsis, quando era ancora un bambino, un cielo che, sapeva, non avrebbe rivisto mai più.
Incoraggiato da quello sguardo, le chiese quale fosse il suo nome e, dopo aver accennato un altro triste sorriso, gli rispose “Julia”. Allora Spike cominciò a chiacchierare con lei, fisicamente e sentimentalmente attratto dalla sua persona, a raccontarle la sua vita, confortato dall’alcool che aveva bevuto, e lei lo stette ad ascoltare per ore, in silenzio, sorridendo. Lo guardava, sentendo che qualcosa la invitava a restare lì, seduta accanto a quello strano tipo dagli occhi ricolmi di solitudine, triste, che tremava. D’un tratto, delicatamente gli sfiorò le dita e gli chiese con voce gentile se avesse freddo. Spike le rivolse un timido sguardo, senza rispondere, e, subito dopo, si sentì trascinato dalla sua mano tenera e dalla sua voce gentile. “Vieni”, gli diceva Julia, “Vieni”.
Si ritrovò, all’improvviso, in una stanza buia, insieme a lei, così dolce e gentile, che gli toglieva l’impermeabile, poi la giacca, la cravatta e la camicia… Julia gli carezzava teneramente il volto e, nello stesso tempo, lo attirava a sé.
Così, in quella piccola stanzetta, sopra ad un locale notturno, su Marte, c’erano due persone che, avvolte dalla solitudine, si tenevano dolcemente compagnia, nella notte, mentre, fuori, la pioggia continuava a bagnare strade affollate.