:: FOREVER BROKE ::

Song: Forever Broke

Tornato a Mariner, il pensiero della sua casa rasa al suolo, di sua madre morta pensando a lui, l'ultimo suo sguardo verso la finestra... non era diventato che un vago ricordo, il ricordo di un sogno, destinato ad essere dimenticato. Così, ridotto a uno straccio dalla solitudine, Spike sentì di doversi recare nell'unico posto dove avrebbe potuto ricevere un po' di felicità.
Si fermò davanti al locale dove, qualche mese prima, aveva incontrato Julia. Riconobbe l'insegna del Julius' Café ed entrò. Appena varcò la soglia, sentì un'aria strana intorno. Vide il ragazzo dai capelli neri che si stava esercitando al sassofono e poi udì una voce dietro di lui: "Mi spiace, siamo chiusi...", un invito cortese ad andarsene altrove.
"Non sono qui per bere, sto cercando una persona..."
"Qui ci siamo solo io e Cliff..." rispose l'arcigno barista con tono distaccato.
"Si chiama Julia..."
"Julia non lavora a quest'ora, torna stasera se vuoi... parlarle..."
"Dove la posso trovare?", insistette Spike, irritato dal tono con cui il barista aveva pronunciato quella frase.
Il barista esitò un attimo, ma poi si convinse a rispondere.
"Terzo piano, prima stanza a destra...", disse e, non appena Spike fece per andarsene, guardandolo con sfrontatezza, continuò: "Non illuderti, lei non sarà mai libera... Morag non lo permetterà..."
Spike lo guardò, azzardando un sorriso di sfida, e s'incamminò verso le scale. Mentre saliva, sentì una voce sconosciuta: "Tenace l'amico...". Doveva essere il ragazzo del sassofono, quel Cliff. Aveva ascoltato tutto. Avrebbe voluto tornare indietro, mollare un pugno sul naso a quei due, ma a cosa sarebbe potuto servire? Preferiva correre su da Julia il più presto possibile, invece di perdere tempo a fare botte. Il prurito alle mani se lo sarebbe fatto passare, per il momento.
Bussò alla porta e Julia apparve con quel triste alone che la circondeva, in tutta la sua dolce e malinconica sensualità e bellezza. Appena la vide, le si avvicinò e l'abbracciò forte, dopo essersi richiuso la porta della stanza alle proprie spalle. Julia si lasciò stringere, senza dire nulla. Non sapeva se essere contenta della visita di Spike o se essere spaventata per ciò che le stava accadendo. Si rendeva conto che quel suo sentimento non era altro che un fiore destinato ad essere calpestato e reciso, senza pietà. Spike le scostò i capelli con la mano e le baciò il collo bianchissimo.
"Julia..." sussurrò, chiudendo gli occhi e nutrendosi di quel dolce profumo che la circondava.
"Spike..." Julia gli si strinse al petto, soffocando un pianto silenzioso sulla sua giacca.
"Che... che cosa fai?", sorpreso Spike si scostò leggermente e la osservò piangere, senza capire per quale motivo lo stesse facendo.
"Niente...", diceva lei.
Allora le prese dolcemente una mano e se la portò alle labbra, baciandola e aspettando che smettesse di piangere, ma non lo fece.
"Julia... chi è Morag?" le chiese allora.
Lei sollevò lo sguardo e lo guardò con occhi spaventati e preoccupati, senza rispondergli.
"E'... che cosa ti ha fatto?"
"Spike... lui... non lo permetterà..."
Allora Spike comprese il motivo per cui Julia stava piangendo. "Non illuderti, lei non sarà mai libera... Morag non lo permetterà...", era strano come sia Julia sia il barista avessero usato le stesse parole. Morag. Chi era questo Morag? Gli sembrava di averlo sentito nominare, ma non riusciva a ricordare.
"Non preoccuparti, lui non può farci niente..." cercò di tranquillizzarla.
"Sarai libera... vedrai..."
Julia lo guardò, asciugandosi le lacrime, e gli sorrise, ancora con quel suo sorrise triste.
L'avrebbe liberata. Sì, ma come poteva riuscirci? Proprio lui che si sentiva prigioniero... prigioniero di una vita fatta soltanto di sofferenza, di emarginazioni, di tristezza, che lo avevano portato ad unirsi all'Organizzazione, per sentirsi forte, sicuro di sé, determinato, per sentirsi qualcuno. Chissà se Vicious aveva creduto alla storia che lui era morto... conoscendolo, probabilmente no e, forse, lo stava ancora cercando per ucciderlo, da traditore... e solo la morte lo avrebbe potuto liberare.