:: RAIN ::


Song: Rain

Correva l’anno terrestre 2071 e Spike si ritrovava a camminare, solo, tra le strade di Mariner, sotto la pioggia scura di Marte. Era passato davvero molto tempo dall’ultima volta che aveva visto il piccolo sole bianco splendere nell’azzurra atmosfera artificiale, che ora appariva grigia e cupa come le strade che lo circondavano, fredda come i volti inespressivi delle poche persone che gli passavano accanto, frenetiche, senza nemmeno incrociare il suo sguardo. Tuttavia, le stelle, divenute per lui un ricordo lontano, forse splendevano ancora lassù, luminose come non mai, al di sopra di quella soffocante cappa nera, da lui tanto odiata.
L’uomo, germe distruttore, avrebbe trasformato in immondizia qualsiasi altro pianeta su cui si sarebbe posato e lo avrebbe ridotto come già in passato aveva ridotto la Terra e come ora stava riducendo Marte: dopo averlo prosciugato delle sue risorse, lo avrebbe abbandonato, ingrato, per partire nuovamente alla ricerca dell’ennesimo pianeta da colonizzare e da sottomettere alla propria sete di sopravvivenza.
Ora, alzando gli occhi verso quel cielo grigio, Spike si rendeva conto di quanto desiderasse lasciarsi tutto alle spalle: quella vita così buia, la casa sul porto di Tharsis, dov’era nato ventisette anni prima, dov’era stato cresciuto da una madre troppo apprensiva, che gli aveva sempre proibito di conoscere il mondo e la vita, quei sette anni passati nell’Organizzazione, che avevano macchiato indelebilmente le sue mani e ferito la sua anima.
“Scusa, amico!” mormorò, scontrandosi contro qualcuno che non conosceva e che non aveva nemmeno guardato in faccia.
Sì, ora era libero, ufficialmente morto e segretamente rinato. L’Organizzazione non lo avrebbe più cercato. Era pronto a ricominciare, a vivere una seconda volta, una seconda vita, dimenticando il passato e pensando al futuro.
D’un tratto, però, il ricordo lontano della sua adolescenza s’impossessò dei suoi pensieri. Tornò con la mente a quel periodo sereno, colmo di speranze, di sogni, di oneste ambizioni, a quando ancora conservava dentro di sé qualcosa di puro. Rivide sua madre, al momento della sua partenza, con gli occhi gonfi di lacrime e arrossati, che lo supplicava di rimanere di non andarsene, perché il mondo, fuori, era così maledettamente crudele... ed aveva ragione. “Povera mamma” pensò, “Povera mamma”. Erano nove anni che non la rivedeva, che non le comunicava sue notizie. Ma, forse, era meglio non farle sapere niente, non farle conoscere l’uomo che era diventato.
E intanto camminava. Procedeva senza meta, lasciandosi guidare e trascinare dai suoi piedi: ovunque lo avessero condotto non gli importava, bastava che fosse un luogo lontano. Si sentiva leggero, libero da una catena che, per molto tempo, gli aveva tenuto imprigionato il cuore.
Ora che, però, aveva finalmente chiuso un brutto capitolo della sua vita e che se ne stava aprendo un altro nuovo innanzi a lui, provava una sensazione di smarrimento: ricominciare, sì, ma da dove? e come? Allora la solitudine lo avvolse in un lieve abbraccio e si sentì confortato, per un attimo, mentre la pioggia continuava a picchiare sul suo logoro impermeabile, sulle sue scarpe di cuoio e sulla sua testa, completamente immersa nei ricordi. Sentiva le gocce amare scivolargli sulle labbra e consumargli quel suo volto rattristato, facendogli rivivere col pensiero scene del suo passato.
"Pioveva anche allora..." pensò improvvisamente. Le gocce cadevano fitte sulla sua casa, sulle acque del porto. Picchiavano, crudeli, sulle finestre, sulle strade, sul monte Olympus, che si ergeva gigantesco e maestoso nella sterminata pianura di Tharsis, oscurata dalle nubi. Da allora la pioggia risvegliava in lui una profonda nostalgia e malinconia, che lo facevano sprofondare nell’oscurità più assoluta. Nel rivedere quelle gocce acide e verdastre si sentì oppresso da un peso, come avvelenato dalle impurità e dalle macchie del suo passato reietto.
Si voltò e, d'un tratto, Spike scorse la propria figura riflessa sulla vetrina di un negozio e rimase ad osservarla a lungo, stupito. Vedendosi così, in quello stato alienato, gli sembrava di non possedere niente di umano. I suoi brillanti occhi neri avevano perso tutta la loro decisione e sicurezza, parevano essersi tramutati negli occhi di un vecchio che, ormai consapevole del proprio destino di morte, abbandona ogni speranza di poter rivivere la propria gioventù. I suoi foltissimi capelli scuri si erano da ore afflosciati sotto il peso della pioggia, coprendo il suo orecchino a forma di croce latina, che ora non brillava più come i primi gioni, e il suo volto, impallidito, aveva perso ogni traccia di giovialità e di serenità. Solo la tristezza, una grande e infinita tristezza vi dimorava. Guardandosi riflesso, si chiese che cosa mai le tante donne, avute in passato, avessero trovato in un giovane così misero e trasandato, meritevole solo di essere lasciato solo, ad affogare nel mare del suo dolore. I suoi muscoli e la sua agilità nel combattere, ora, non lo inducevano più a fare lo spavaldo e la pistola, nemmeno la pistola sul suo petto, ben nascosta dalla giacca e dall’impermeabile, gli dava più quel senso di sicurezza e appagamento che gli aveva regalato la prima volta che l’aveva usata. Era diventata solo un inutile peso, che si portava dietro come ammonimento di ciò che era e che da quel momento non sarebbe più stato.
Scosse la testa, cercando di scacciare i suoi pensieri, voltò le spalle alla sua immagine riflessa e, rabbrividendo, riprese il suo inutile cammino, bagnato dalla pioggia, sua unica amica.