.
  .
   
..
  .
Homesick
by FeFFe
   

Taglia.Taglia.Taglia.
Ancora, più forte se puoi.
E’ banale dire che non avverto nemmeno più il dolore?
Il leggero sfrigolio della lama contro la pelle, nient’altro.
Quando la mente si abitua ad un’idea tutto risulta più facile. Anche questo.
Alla fine è come un riflesso incondizionato. Come il respirare.
E’ terribile, ma non posso farne a meno.
Riesce a calmarmi. Quando quel qualcosa di impercettibile scuote la mia vita, a tal punto che nemmeno piangere ed urlare serve a sfogarsi.
Tranquillità: è questo il termine esatto.
Quando vedo il sangue fuoriuscire dalle mie braccia provo solo tranquillità.
In una vita che il più delle volte mi appare effimera, veder scorrere il mio sangue mi fa capire di essere ancora vivo, di essere presente.
Come dire: “Cazzo guardami, perché io sono ancora qui.”
Spesso questa frase è riferita a me. Sono io il primo a non accorgermene.

Il male nella mia testa si trasferisce automaticamente sul mio fisico, riuscendo a farmi dimenticare tutto. Quasi come una cura, no?
Ed ora continuo ad osservare il mio braccio. Le ferite nuove coprono quelle vecchie.
E’ un ciclo continuo che chissà per quanto continuerà.

Alla fine tutto ciò che non è bello ci disgusta, cercando di nasconderlo.
Il mio braccio, il mio petto ora riuscirebbero a disgustarlo?
Ad eliminare quel suo sorriso sempre presente?
Non è la prima volta che mi chiede di smetterla, e non sarà l’ultima.
Sono cose che alla fine saltano all’occhio, per quanto si cerchi di nasconderle.
Da grande egoista quale sono, ammetto che la sua preoccupazione possa essere piacevole.


Homesick


La testa mi duole violentemente. Così tanto che anche solo aprire le palpebre mi provoca un infinita fitta alla tempia. Nemmeno paragonabile alla più terribile sbornia.
Mi sento il corpo annichilito, sto tremando.
Mi alzo di poco da terra, facendo leva sulla braccia ed una volta che riesco ad appoggiare la schiena al muro porto una mano verso la fronte.
Nel punto in cui sento dolore esce del sangue, lo stesso che trovo a terra assieme ad alcuni vetri rotti.
Con uno sforzo infinito provo a ruotare la testa, cercando di capire che ambiente sia quello in cui mi ritrovo.
E’ un bagno.
Con più insistenza fisso le pareti bianche e spoglie di questo luogo asettico, ma non riesco a ricordarmi nulla.
Non ho pensieri in mente, solo un apatia ed un senso di vuoto infinito.
La fitta lancinante aumenta quando cerco di capire il perché mi trovi qui.
Ruota tutto attorno a me, e davanti ai miei occhi è come se passasse uno sciame di insetti, rendendo tutto sfocato.
Osservo la mia mano destra, la chiazza di sangue sui miei polpastrelli si è asciugata, diventando secca e ruvida sulle mie dita.
Cautamente mi adagio meglio lungo il freddo muro alle mie spalle, allungando le gambe di fronte al mio corpo e solo ora riesco ad accorgermi di qualcosa di caldo e viscido che sento fluire sulla mia pelle all’altezza del polso.
Ed appena vedo quella lametta ancora infilata nella mia carne che continua a perdere sangue, la mia gola comincia a far risuonare urli lancinanti di cui nemmeno sono padrone.

Il mio polso lacero mi provoca ora un dolore acuto.
Strano, perché prima non avvertivo nulla.
Afferro con forza il mio braccio sinistro, estraendo velocemente la lametta.
Merda.
Il sangue che prima era trattenuto, fluisce ora con più veemenza dalle mie vene.
Il pensiero di ciò che ho appena compiuto si fa strada in me. Sono terrorizzato.
Ed appena la parola ‘morte’ accede ai miei pensieri mi blocco ed istericamente comincio a colpirmi il volto con i miei stessi pugni.

Morire.
Dopotutto non ho paura di morire.
Eppure, voglio davvero che tutta finisca qui, in questo bagno?
Ma cos’è che mi trattiene?

Il sangue procede la sua corsa ora più lentamente, mi sento davvero stanco, non riesco nemmeno più a piangere e disperarmi.
I dolori si attenuano mentre io mi stendo a terra, abbracciandomi le spalle per non sentire freddo.
Ho solo tanta paura, ma rimango immobile al mio posto, coprendo con la mano destra il mio polso ferito, come se facendolo sparire dalla mia vista riuscissi realmente a dimenticarmene.

Improvvisamente il mio cuore freme, udendo da fuori dei colpi violenti battuti sulla porta.
Ho timore di essere trovato in questo stato. Molto più che di morire.

Come potrei spiegare ad altri il motivo del mio gesto, se neppure io riesco a ricordarmene?

Chiudo gli occhi, sperando con tutte le mie forze che questo sia davvero solamente un incubo.
Come accade nei film, no?
Dove un solo sbaglio non ti compromette tutto il resto della tua vita.
Anche se non sono sicuro che questo sia definibile come sbaglio.



Apro gli occhi; sono riposato, come se avessi dormito per un tempo lunghissimo.
Quando avverto un tonfo sordo capisco che la porta del bagno è stata buttata a terra.
Alzando gli occhi vedo un ragazzo di fronte a me.
Mi fissa spaventato, prima di voltare lo sguardo verso la pozza di sangue al mio fianco.

Me ne ero quasi dimenticato.

Si porta una mano alla bocca per evitare di urlare.
Vedo i suoi occhi riempirsi di lacrime, e nonostante non sappia nemmeno chi sia, un senso di colpa si fa strada a me.
Comincio a blaterargli di scusarmi.
Si inchina di fronte al mio corpo nuovamente scosso dai fremiti, stringendomi forte contro il suo petto; e per un attimo ho come la sensazione che questa non sia la prima volta che accada.
“Kyo, ti porto subito all’ospedale.” Cerca di trattenere i singhiozzi mentre piano mi accarezza il volto per scacciare le mie lacrime.
“Tu…mi conosci?” Lo osservo spaesato.
“Kyo…” Scuote la testa non riuscendo a capire.
“Non preoccuparti, è tutto okay ora.” Il suo tono è così delicato e gentile che mi fa credere che sia davvero così.
Si sforza di sorridermi, prima di scoppiare a piangere contro il mio petto.
Involontariamente accarezzo i suoi capelli rossi. Come se anche questa fosse un azione abituale.
“Scusami…” Provo a ricordare il suo nome ma non ci riesco.

Inaspettatamente colpisce il muro alle mie spalle, facendo risuonare la stanza.
“Perché cazzo l’hai fatto?” La rabbia trattenuta fin’ora è finalmente esplosa.
“Io…non ricordo.” Abbasso lo sguardo verso il mio polso come se potessi trovarci una qualche spiegazione.
Chiude gli occhi, stringendo i pugni come per resistere dallo schiaffeggiarmi.
Mi si avvicina nuovamente, portando una mano sotto le mie gambe e l’altra a sorreggermi la schiena, alzandomi contro il suo busto.
Socchiudo gli occhi, sentendomi invadere dal suo calore.

E’ normale provare piacere nel trovarsi tra le braccia di uno sconosciuto?


Mi stringe così dolcemente a sé che riesco a dimenticarmi perché ci troviamo nell’atrio di questo ospedale.
Appena mi pone a terra vengo aggredito dall’odore di disinfettante, e se lui non si trovasse alle mie spalle scapperei immediatamente da questo luogo.
Quando un’infermiera mi si avvicina accertandosi delle mie condizioni la vedo scuotere la testa e sussurrare le parole ‘tentato suicidio’.

Devo fare piuttosto pena non è vero?
Eppure la mia mano stretta attorno a quella del ragazzo dai capelli rossi riesce a trasmettermi sicurezza.

Rimane accanto a me anche in sala medicazione.
“Fortunatamente non ci sarà bisogno di alcun punto di sutura.”
Il ragazzo sospira contento alle parole del medico, ringraziandolo prima che esca di corsa dopo essere stato avvertito di un’urgenza.

Guardo il mio polso fasciato, felice di essere ancora vivo.
“E’ tutto ok.” Mi poggia una mano sulla spalla, regalandomi un sorriso meraviglioso.
“Non credo di essere in grado di meritarlo.” Abbasso il volto verso terra parlando a bassa voce.
“Che cosa?”
“Il tuo sorriso.” Sussurro sollevando impercettibilmente lo sguardo sul suo.
Vedo nuovamente allungarsi gli angoli della sua bocca in una risata, socchiudendo gli occhi ed abbassandosi velocemente verso di me per sfiorare le mie labbra con le sue.
Ho un tuffo al cuore.
Quando si stacca da me lo osservo stupito, portandomi una mano sulla bocca per accertarmi che il suo calore mi abbia realmente accarezzato.
“Io non so neppure come ti chiami.” Faccio un passo verso di lui annullando nuovamente la distanza fra di noi.
Mi alzo sulle punte dei piedi prolungandomi verso il suo volto, sentendo le sue mani afferrare dolcemente il mio mento e le sue labbra sfiorare il mio orecchio.
“Daisuke.” Chiudo gli occhi lasciandomi cullare dalle sue dita affettuose lungo la mia schiena.

Ed improvvisamente tutto il sonno accumulato dalla tensione appena trascorsa mi aggredisce, ed è come se svenissi, ma tranquillo di non essere più solo.



Apro gli occhi, invaso dalla luce che giunge dalla finestra aperta.
“Buongiorno.” Mi volto di colpo verso quella voce, colpito di trovare qualcuno.
Daisuke mi osserva da un angolo del letto, sorridendomi gentilmente.
Non rispondo mentre lo fisso intensamente.
Com’è possibile che io non mi ricordi di lui?
“Tutto ok?” Mi osserva incerto prima di avvicinarsi ed afferrare delicatamente il mio polso ricoperto dalle garze.
“Ti fa ancora male?”
Scuoto la testa, tornando ad esaminarlo.
“Che c’è? Mi è rimasto il dentifricio sulla bocca?” Si porta una mano sul viso, ed io scoppio a ridere.
“Finalmente sorridi.” Piega il volto di lato, puntando i suoi occhi nei miei, prima di avvicinarsi al mio corpo.
Rimango fermo, ascoltando i battiti del mio cuore aumentare appena sfiora le mie labbra.
Mi allontano da lui, portando il mio capo sul suo petto.
“Daisuke.”
E’ così strano sentire il suo nome pronunciato dalla mia bocca.
Era realmente così che lo chiamavo?

“Kyo ora è tutto ok. Ci sono io con te e ci sarò sempre.” Mi cinge con entrambe le braccia, accarezzandomi i capelli ed io mi avvinghio maggiormente contro di lui, avendo paura che sparisca nuovamente dalla mia memoria.
“Daisuke, noi stiamo insieme?” Credo di essere arrossito mentre stringo con forza i lembi della sua maglia.
“Ma davvero non ricordi nulla?” Si china verso di me, spostandomi i capelli dal viso per cercare i miei occhi.
Mi vergogno quasi, come se il suo sguardo dolce non fosse altro che un accusa nei miei confronti.
“No.” La mia voce è flebile.
Spalanca la bocca, per poi richiuderla pochi istanti dopo.
Sono riuscito a ferirlo?
Lui, che nonostante il gesto che ho compiuto mi è rimasto accanto.

“Scusami.” Avverto una fitta di disappunto quando mi allontano da lui.
Sposto le coperte sul mio corpo, alzandomi lentamente dal letto.
Voglio scappare da lui e dal suo sguardo.
Ma la sua mano raggiunge nuovamente la mia.
“Stavamo insieme da un anno.” Comincia a parlare lentamente, ed io mi volto di poco per osservarlo.
“Stiamo insieme da un anno.” Si corregge.
Un sorriso triste è apparso sul suo bel volto.
Sicuramente temendo che possa bloccarlo per dirgli che non è più così.
“E’ stato sempre tutto perfetto tra di noi, per questo mi chiedo perché tu l’abbia fatto.” Socchiude gli occhi, come se fosse sprofondato nuovamente nel dolore provato ieri.
“Io non ricordo davvero nulla; mi sono trovato in quel bagno e…ed era già successo.”
Mi vergogno anche solo ad ammetterlo.

Si alza, avvicinandosi al mio corpo.
Mi stringe così forte che ora non mi sento più così solo e vuoto.
Ma è solo la sensazione di un momento, prima di venire riassalito dai sensi di colpa.
“Non preoccuparti, tornerà tutto come prima.”
Ed io gli credo.

Mi spinge sul letto, ed io lo lascio fare, nonostante il mio cuore batta così forte che temo quasi di svenire.
Lo vedo liberarsi della sua maglia, scoprendo il suo busto flessuoso, cesellato da leggeri muscoli in rilievo sull’addome (assolutamente falso o_o ndF), dischiudendo le labbra ed avvicinandosi alla mia bocca.
Stringo gli occhi, concentrandomi solo sulla sua lingua che guizza sulla mia bocca inumidendola.
Un leggero affanno mi alza e abbassa il petto quando avverto le sue dita serrarsi attorno alla mia vita e scendermi lungo le gambe.
“Dai!” Grido quasi quando sfiora con le dita la mia erezione tesa contro la stoffa dei boxer.
Sposta la mano, tornando ad accarezzare le mie cosce con una dolcezza snervante.
Mi tendo contro il suo corpo cercando le sue labbra che trovo immediatamente.
Le sfioro con le sue lentamente, come se volessi ricercare nella mia memoria il loro sapore.
Ma me ne dimentico appena comincia a tracciare la superficie del mio collo con la lingua, arrivando ad un capezzolo per succhiarlo con forza e leccandolo con piccoli movimenti circolari.
Getto indietro la testa mugolando il mio piacere stringendo spasmodicamente i lembi di lenzuolo attorno al mio corpo.
Percorre la mia pelle con movimenti frenetici della bocca accompagnandola con quelli delle mani.
Arrivando al mio ombelico, lo lambisce con la lingua, mentre le sue dita giocano con l’estremità dei boxer sfilandomeli via.
Le sue mani risalgono dalle mie caviglie fino ad arrivare all’interno coscia ed i sento i miei ansiti crescere.
Chiamo il suo nome, socchiudendo gli occhi e muovendomi come per l’effetto di una febbre sotto le sue carezze.
Si inginocchia tra le mie gambe divaricandole, ed abbassandosi per accarezzare dalla punta alla base la mia erezione, per poi prenderla completamente in bocca.
Cerco di soffocare un urlo, aggrappandomi alle sue spalle.

Come posso aver dimenticato una cosa talmente piacevole?

Dopo un paio di spinte si allontana dal mio inguine per tornare sul mio collo e succhiarne una vena.
Inizio a lamentarmi insoddisfatto e lo sento ridere contro il mio orecchio.
Che stronzo.
Prendo a strusciare il mio ginocchio contro il suo membro ancora stretto tra i boxer.
Quando ritorna sulla mia bocca mi stringe le labbra con violenza, tentando di trattenere gli ansiti.
Velocemente si sbottona i pantaloni, facendoli scivolare via con i boxer.
Stringo le gambe attorno al suo corpo avvertendo la sua intrusione in me.
Una smorfia di dolore si fa strada sul mio volto e lo sento bloccarsi mentre con una mano mi accarezza il volto accaldato e con l’altra torna a stuzzicare il mio sesso.
Gli cingo il collo con le braccia facendomi più vicino al suo corpo ed invogliandolo a continuare.
Quando scorgo il suo sorriso, ogni paura si volatilizza completamente.
Si muove dolcemente dentro di me prima di lasciarsi andare completamente e velocizzare le sue spinte.
Assecondo i suoi movimenti muovendo il bacino verso di lui accompagnandomi con leggeri mugolii scomposti.
Ed è come se perdessi la nozione del tempo, avverto solo il suo calore fluire in me, e nonostante non ricordi nulla del passato sono certo che questo sia il momento più appagante della mia vita.
La sua mano continua a muoversi abile contro il mio sesso ed io mi abbandono esausto contro il letto, non avendo più la forza di reagire ai suoi movimenti.
Con un’ultima lunga spinta viene dentro di me e quando avverto quell’ondata di calore anche io raggiungo l’orgasmo.
Rimane sopra il mio corpo per qualche secondo svuotandosi completamente in me.

“Ti amo.” Me lo sussurra sulle labbra, prima di rilassarsi contro i mio petto ad occhi chiusi.
Io annuisco imbarazzato, come se questa fosse la prima volta che me lo sento dire.
Allaccio le braccia intorno al suo collo e gli lascio un casto bacio sulle braccia prima di accoccolarmi contro di lui.
Chiudo gli occhi, sentendo i nostri respiri riprendere ritmi moderati.
Sperando solo di ricordarmi al più presto le emozioni che mi ha fatto provare nel corso di un anno questo splendido ragazzo.



Un rumore insistente mi fa aprire gli occhi, facendomi mettere seduto di scatto sul letto.
Un telefono sta squillando.
Sento il frusciare delle lenzuola accanto a me, trovando Daisuke contro il mio corpo lamentarsi per quel rumore.
Apre prima un occhio e poi l’altro per mettermi a fuoco; mi sorride stringendo la mia mano e tirandomi verso di lui.
“Non rispondere.” Ha ancora la bocca impastata dal sonno mentre parla.
Io gli sorrido e mi accosto a lui per baciarlo.
Risponde al mio sorriso e sereno richiude gli occhi, ristendendosi sul letto.

Lascio delicatamente la presa dalla mano di Dai e alzandomi senza fare rumore dal letto vado in soggiorno, trovando un messaggio lampeggiare in segreteria.
Premo il tasto per ascoltarlo, e la voce di un ragazzo riempie la stanza.
“Kyo, è tutto il giorno che provo a mettermi in contatto con te.”
La sua voce mi pare nervosa.

Un senso di vuoto mi ghermisce l’animo, e per un attimo vorrei solo tornare sotto le coperte stretto contro il corpo caldo di Daisuke.

Scatto spaventato quando il trillo metallico del telefono ricomincia a vibrare nella stanza.
Deglutisco, alzando lentamente il ricevitore e portandomelo alle labbra.
Prima di poter rispondere, quella stessa voce mi investe.
“Kyo finalmente rispondi!Lo sai quante volte ti ho chiamato?”
Io rimango in silenzio.
“Kyo ma ci sei?”
“Di-dimmi.” Rispondo trafelato facendo finta di conoscere il mio interlocutore.
“Ma dov’eri finito?”
“Scusami…” Lascio cadere lì la frase senza dargli spiegazioni di cui nemmeno io sono al corrente.
“Mh…ok…Ma Die è lì?”
“Dai?” Rispondo sorpreso del fatto che lui conosca Daisuke. Sarà un nostro amico?
”Sì Die. Non lo vedo da parecchio, volevo sapere se mh…” Si blocca schiarendosi la voce. “…se ecco, tra voi fosse ancora tutto okay.”
Non capisco…Anche lui è a conoscenza di ciò che ho fatto ieri?
Forse Dai l’ha chiamato per avvertirlo.
“Sì tutto okay.”
Lo sento sospirare di sollievo contro la cornetta.
“No perché sai…dopo quella scena in sala registrazioni…Ma sono contento che tu l’abbia perdonato.”
Perdonato? Non dovrebbe essere lui a perdonare me per quello che ho fatto?
“Mi dispiace, non ho capito.” Scuoto la testa, aspettando impaziente la sua risposta.
“Mh…non importa…Fai bene a dimenticare quello che hai visto con Shinya.”
Shinya?
“Ora ti lascio; ricordatevi di non mancare per troppi giorni alle prove altrimenti Kaoru si incazza!”
Lo sento ridacchiare.
“Allora ci vediamo domani, salutami Die!” Esclama con voce allegra, prima di mettere giù il ricevitore senza darmi il tempo di rispondere.

Mi gira la testa.
Mi porto le mani sul viso sfregandolo più volte con violenza.
Perché non riesco a ricordare nulla?
Cosa cazzo è successo nella mia vita prima di questo giorno?
Vorrei farmi spiegare da Daisuke, ma dopo questa conversazione ho dannatamente paura di ricevere le risposte sbagliate.
Una parte di me, nonostante la curiosità preferisce rimanere nel dubbio.

Ed anche se non abbia messo nulla sotto i denti per tutta la scorsa giornata, un senso di nausea mi fa arrancare a terra.
Mi stendo, appoggiando la testa contro il pavimento freddo e iniziando a piangere senza fare alcun rumore.
Improvvisamente un mio pugno si muove contro il mio petto, involontariamente.
Continua a percuoterlo ed io mi sento quasi meglio.
Come se questa fosse l’azione giusta per far sparire tutti i miei problemi.

Chiudo gli occhi.

Daisuke nel mio sogno mi sta chiedendo di smetterla.
Sono ancora una volta in bagno, ricoperto di sangue.
Ma questa volta non esce dal polso, bensì da un taglio sul petto.
Sta urlando contro di me, ed io neppure lo sento mentre fisso il mio riflesso allo specchio.
Si avvicina al mio corpo facendomi voltare verso il suo sguardo carico di rabbia.
“Lasciami.” Il mio tono è così gelido.
Sono davvero capace di parlare in questo modo?
Vedo partire il suo pugno e istintivamente stringo gli occhi portandomi le mani al volto.

Mi sveglio, respirando affannosamente.
Mi trovo ancora sul pavimento, ma ora al mio fianco c’è Dai.
Accarezza il mio volto imperlato di sudore, sorridendomi gentilmente.
“Stavi sognando.”
Sognavo?
Oppure quello era un ricordo?

Velocemente mi alzo da terra, dirigendomi in bagno.
Mi chiudo la porta alle spalle, facendo girare la chiave all’interno della serratura.
Sento i colpi di Daisuke colpire con violenza la porta e mi sembra di rivivere la stessa scena di ieri.
Lo stesso sangue fuoriuscito dal mio polso che si trovava a terra ieri è presente anche oggi, solo che più scuro e raggrumato.
Mi fisso allo specchio, notando i segni sul petto che erano incisi anche nel sogno.

“Kyo ti prego esci da lì.” La voce di Dai mi giunge da fuori ed io mi volto verso la porta.
La sensazione di deja-vu mi colpisce, rivivendo la scena così tante volte nella mia mente da diventare quasi abituale.
“Kyo non lo fare!”
“Tranquillo Dai, non ho intenzione di farmi ancora del mal…”
”Non ricordare Kyo.” Mi blocca ed io avverto i suoi singhiozzi.

Ma non sono gli stessi che ricordavo.
Chi è che piangeva sempre?

Come se avessi ricevuto un colpo secco alla testa provo un dolore acuto.
Stringo gli occhi scuotendo il volto per scacciare via il flusso di ricordi che rendono annebbiati i miei pensieri.
E vedo una testa bionda, stretta tra le braccia di un ragazzo moro.
Sta piangendo come sempre.
Il ragazzo più alto lo stringe a sé cercando di placargli le lacrime.
“E’ solo colpa mia.” Dice mentre si scosta dal corpo dell’altro.
“Kyo, non è colpa tua se ti ha tradito.”
La riconosco subito, è la voce che ho ascoltato al telefono…e quello sarei io?
Chi mi ha tradito?
“Io amo davvero Die.”
“Lo so, lo so.” Affettuosamente mi poggia una mano sulla spalla.

E finalmente tutti i tasselli dell’intricato puzzle tornano a disporsi precisamente ai loro posti.


Spalanco gli occhi.
Nessun colpo avverto più dall’esterno del bagno.
Perché Die non si trova più lì, anzi non ci si è mai trovato.
Sorrido mestamente al riflesso di me stesso, prima di veder scorrere le lacrime lungo il mio volto.
Avrei preferito dimenticare tutto per sempre.
Ma per quanto ancora avrei potuto vivere?

Esco dal bagno, avviandomi sicuro in camera.
Sicuro perché so perfettamente cosa trovarci.
Non mi spavento neppure.
Afferro il mio cellulare sul comodino, non badando a tutte le chiamate ricevute.
Compongo il numero di Toshiya, il ragazzo moro che mi consolava.
“Toshi…chiama un ambulanza, ed anche la polizia.” Il mio tono è così serio che non ammette repliche.

Mi avvicino al suo corpo, è così freddo ora.
Il volto comincia a diventare livido.
Le sue labbra non si piegheranno mai più in un sorriso.
“Mi perdonerai mai?”
Ovviamente non arriva alcuna risposta, solo il tonfo sordo della porta dell’ingresso cadere a terra.
Velocemente la sala si riempie di poliziotti.
Sicuramente mi stanno gridando qualcosa mentre con violenza mi spostano dal corpo morto di Die.
Ma non sento nulla, è tutto ovattato attorno a me.
Nemmeno il pugno che mi è arrivato sulla guancia riesce a scalfire la mia calma anormale.
Alzo lentamente gli occhi e vedo Kaoru.
“Mi dispiace.” Riesco a pronunciare solo questo prima di riabbassare lo sguardo a causa dei suoi colpi.
Toshiya arriva a fermarlo ed entrambi mi osservano smarriti, come se l’amico con cui hanno condiviso la maggior parte dei momenti della loro vita nel corso di questi dieci anni non fosse nient’altro che un assassino.
Assassino. E’ la prima volta che questa parola si fa spazio nei miei pensieri.
Sono l’assassino della persona che più di tutte amavo al mondo e che più di tutte è riuscita a ferirmi.

I lamenti di una persona mi fanno risvegliare, e scorgo Shinya nell’angolo della stanza.
Copre il suo volto con entrambe le mani ed appena alza gli occhi su di me, uno sguardo misto a rabbia e risentimento si fa strada sul suo volto sempre sereno.
“E’ stata colpa tua.” Parlo così a bassa voce che spero mi stia leggendo le labbra.

Non ho tempo di osservare la sua reazione, che vengo ammanettato dai poliziotti e trascinato via, senza nemmeno il tempo di vedere Die per l’ultima volta.





E’ passato un mese.
La notizia si è diffusa in larga scala, creando isterismi di massa.
Molti fan vorrebbero la mia morte ora, ed altrettanti mi mantengono la loro fedeltà.
Ho ovviamente perso il processo, eppure non sono finito in prigione.
Il medico che mi ha visitato ha convinto la giuria che io sia affetto da una forma di schizofrenia.

‘La schizofrenia è un disturbo mentale appartenente al gruppo delle psicosi, caratterizzato da alterazioni del pensiero, del comportamento e delle emozioni, con presenza di allucinazioni, deliri e degenerazioni dei rapporti interpersonali.
E’ una patologia mentale che interferisce con la capacità della persona di riconoscere ciò che è reale, di gestire le emozioni, di pensare in modo chiaro, di dare dei giudizi e di comunicare
I disturbi schizofrenici sono caratterizzati in genere da alterazioni della percezione, del pensiero e da affettività inappropriata.
Essa mista ad amnesia porta il malato lentamente e irreversibilmente in uno stato di isolamento che gli fa perdere i legami non solo con il mondo esterno, con il proprio lavoro, con i propri affetti, ma anche con se stesso, con la sua storia di vita, con la sua stessa identità.’

Questo disse nell’aula del tribunale.
Nessuno dei miei amici era venuto ad assistermi.
Così neppure ora, che mi trovo in questa casa di cura per miliardari.
Definibile molto più come manicomio.

Ogni pomeriggio uno psichiatra entra nella mia stanza, facendomi raccontare esattamente cosa successe in quei due giorni in cui la malattia si è manifestata.
Sono riusciti a convincermi che sia stato davvero tutta un’allucinazione.

Ho cercato di scordare la realtà, creandomi una vita parallela, in cui tu mi amavi ancora, non mi avresti mai tradito e mi rivolgevi le parole dolci che avrei desiderato ascoltare.
Ma il mio senso di colpa, il mio tentato suicidio l’ha impedito.

Mi hanno reso impossibile di togliermi la vita applicando delle grate alle finestre ed eliminando qualsiasi oggetto affilato dalla mia stanza.

Quindi aspetta ancora un po’ Die, ti giuro che presto arriverò.
Ormai vivo solo per raggiungerti.


OWARI

Questa fic è piuttosto fantasiosa O_O scusatemi X°D
Il titolo è preso da una bellissima canzone dei The Cure.
Tutte le informazione le ho ricavate dal Dizionario Medico della Repubblica.
Nonostante non sia la ff più appropriata XD la dedico alle persone che ogni giorno riescono a rendermi più serena, e soprattutto continuano a starmi accanto nonostante il mio umore deprimente ^__^’’
Thank you ;*

  .
 
  .   

 
  .