|
Cap4
Sento lo stomaco cominciare a lamentarsi.
Svegliarsi per i morsi della fame è davvero squallido.
Comunque non ho la possibilità di mettere nulla sotto i denti non avendo
con me nemmeno mezzo Yen.
Mi raddrizzo dalla panchina sbadigliando ancora assonnato.
Ultimamente non ho molto tempo per nulla, nemmeno per dormire.
E anche quando ci provo i soliti martellanti problemi non mi lasciano
scampo.
Forse sono stressato dal continuo lavoro.
Non credevo che sarebbe mai stato possibile. Amo quello che faccio,
eppure sono riuscito a stancarmene.
Un nuovo sbadiglio, ancora più prolungato del precedente interrompe i
miei pensieri.
Comincio a temere che Daisuke non arrivi più.
Ma perché non si sbriga?
La stazione inizia a gremirsi di gente.
Così decido di recarmi al tempio di Kiyomizu-dera, è da tempo che non ci
vado più.
Più precisamente da quando ero un adolescente.
Ancora ricordo come ci si arriva, la vecchia strada che percorrevo è
rimasta immutata.
Ed ora che noto, anche il profumo di erba appena bagnata è identico.
Comincio a ricordare la mia infanzia vissuta in questo luogo.
Un doloroso senso di nostalgia si fa strada in me.
Almeno la camminata in salita accompagnata dal vento primaverile riesce
a rendermi più sereno.
Mi blocco appena, vedendo le grandi scalinate in cemento stagliarmisi di
fronte.
“Tooru.”
Mi volto di scatto verso quel nome al quale ero quasi riuscito a
sottrarmi.
Non capisco se è la stanchezza o forse il fatto che non abbia messo
nulla sotto i denti.
Eppure io la vedo qui, proprio di fronte a me.
La sua mano è alzata, pronta a colpirmi come d’abitudine.
Mi sono sempre chiesto perché il suo sguardo fosse così colmo d’odio nei
miei confronti.
Non sono riuscito a meritarmi mai l’amore di nessuno.
Nonostante quello di mia madre lo desiderassi molto più di altri.
Rimango immobile a fissarla, la lingua attaccata al palato, senza essere
in grado di pronunciare alcuna parola.
Improvvisamente sento squillare il cellulare.
Sul display leggo il nome di Daisuke.
Ed è come se riuscissi a svegliarmi.
La donna di fronte a me riappare nelle sue sembianze di vera madre.
Il Tooru a cui si stava riferendo non ero ovviamente io.
E le sue mani non erano intenzionate a picchiarmi.
Mentre rispondo alla chiamata osservo che nemmeno ci sono somiglianze
tra loro.
Credevo di essere riuscito a rinchiudere in profondità certi pensieri.
“Kyo?” La voce di Die sembra preoccupata.
“Die dove sei?” Non riesco a celare un singhiozzo.
“Sono in stazione, ma non ti vedo...cos’è successo?”
”Sono al tempio di Kiyomizu-dera...non è successo...nulla.” Eppure la
mia voce sussulta, come anche il mio corpo.
”Ok, aspettami lì.” Sospira e chiude la comunicazione.
L’ho fatto preoccupare ancora.
Cercavo di farcela da solo, ma a quanto pare non ne sono in grado.
Mi avvicino all’alto muro di pietra del tempio.
Improvvisamente è come se il vociare delle persone al mio fianco
scomparisse del tutto.
L’unica cosa di cui sono cosciente sono le lacrime che scendono dai miei
occhi e il tremare delle mie spalle.
Mi inginocchio a terra, circondandomi il volto con le mani.
Assurdamente per la bella stagione ho un sensazione di gelo addosso.
Stringo le dita sul mio viso, fino a formare i segni rossi delle piccole
mezzelune delle mie unghie.
E angoscioso come la prima volta che mi è apparso, rivedo il corpo
tumefatto di mia madre.
Quello stesso corpo che riusciva a colpirmi con sempre più violenza, era
steso lì al mio fianco, con gli occhi bianchi e ormai vuoti.
Non era riuscita a regalarmi nemmeno un sorriso prima di morire.
Sento il calore di qualcuno stringermi piano le spalle, mi scosta le
mani dal volto ormai completamente bagnato di lacrime.
Riconosco subito quel profumo intenso e la presa ferma e dolce delle sue
mani su di me.
Mi avvicino a lui, affondando nell’incavo della sua spalla, mentre la
sua mano ha iniziato piano a frizionarmi sulla schiena.
I sussulti che mi scuotevano riescono lentamente a calmarsi, ma rimango
stretto a lui nonostante le lacrime abbiano cessato il loro fluire.
Il suo respiro calmo riesce a calmarmi fino quasi a farmi addormentare.
E nonostante le ginocchia comincino a dolermi non provo nient’altro che
una dolce sensazione alla bocca dello stomaco, colma di frivolezza e
felicità.
La mano sulla schiena si trascina lenta sul mio volto cominciando a
scansare via le lacrime che erano scese in precedenza.
E prima che Daisuke si alzi in piedi allontanandosi dal mio corpo, le
sue labbra sfiorano impercettibilmente le mie.
“Andiamo?” Non c’è attesa nella sua domanda, mentre alzando il volto
trovo sicura la presa della sua mano attorno alla mia.
Ed è come se un altro pezzo del vecchio Tooru scomparisse, ancora una
volta.
L’abbiamo lasciato lì, accanto a quell’alto muro di pietra, mentre era
intento a piangersi addosso. |